Pillole – Volkan Kursat Bayraktar

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Volkan era uno di quegli studenti spreca-genio che campano come viene e non si aspettano granché dalla vita. Dopo i primi, durissimi corsi il suo entusiasmo per i numeri si era affievolito e il suo bernoccolo per la matematica era scomparso come se non se lo fosse mai procurato. La notte in cui sognò d’essersi dimenticato le derivate, ben lungi da assumere i contorni di un incubo, fu segnata da una nostalgia indicibile per la sua terra, per la sua piccola città, dove a nessuno sarebbe mai saltato per la testa di giudicarlo in base alla sua conoscenza delle equazioni a novantanove variabili e dei postulati di Bastianatti sull’imponderabilità ponderata. A chi gli chiedeva cosa vuoi fare da grande era solito rispondere con un laconico: “Siamo nelle mani del Signore”. E di un Signore tutto particolare, l’ordito elettronico di fili, condensatori e lucette che un giorno avrebbe cambiato la vita di Volkan.

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Pillole – Il professor Halifax Person III

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Il professore Anthony Halifax Person III, già noto al grande pubblico per le sue eccellenti opere di divulgazione, quali La caduta delle variabili e Manuale teorico-pratico di cibernetica militante, è un bel tipino di quelli tosti. Ma se in questo mondo ci sono due cose in grado di mandarlo ai matti, lui che si è sempre vantato di essere il rabdomante dei bluff a teresina, una è il black pudding, l’altra è il futurometro di Volkan Kursat Bayraktar.

Il prof tenne a freno una bestemmia, e Volkan rimase muto, immobile, la mano aperta e la salviettina che svolazzava piano fino a terra. Uno sbilanciamento impalpabile ma decisivo. I legacci e gli elastici saltarono via uno dopo l’altro, ping, ping, ping, e gli studenti si tuffarono sotto i banchi con le mani dietro la testa.
Volkan sostenne l’aggeggio a due mani. Il suo temutissimo sbippettio aveva colmato di nuovo il silenzio dell’aula 757, un silenzio cosmico, non fosse stato per gli ansimi soffocati che provenivano dalla cattedra. Sir Anthony aveva strisciato come un verme e vi si era rifugiato di sotto, con le ginocchia immerse nel suo stesso piscio.
“In fondo”, si confessò come se la macchia sul cavallo dei pantaloni non lo riguardasse, “ce ne stiamo andando da antichi romani, tanti piccoli, grandi Seneca. Dolce morte che infine giungi, noi ti disprezziamo, noi ti irridiamo”, e prese a canticchiare a bocca chiusa Sag mir, wo die Blumen sind.

Se volete sentire anche voi la canzone cantata dal professor Person cliccate qui e se invece volete sapere perché il buon Anthony Halifax Person III teme così tanto il black pudding, la risposta vi aspetta sui vostri comodini.

Pillole – I terribili gemelli Smargotti

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I terribili gemelli Smargotti, Luca e Grammazio, sono due piccole pesti e noi vi proponiamo, in ossequio alla nota tecnica del cut-up, un breve mix delle loro imprese. Per la trascinante colonna sonora, cliccate qui, ma evitate di farlo se i gemelli si trovano nei paraggi, potreste innescare la miccia.

“Quei marmocchi sarebbero saltati sul palco ululando e lo avrebbero squartato. Il ministro piantò gli occhi sul ghigno dei gemelli Smargotti, si passò un dito sul colletto e sentì il bisogno di un bicchier d’acqua. […] L’immagine del salotto buono messo a ferro e a fuoco era ancora troppo viva. L’urlo di zia Assunta troppo fresco. Nonostante la vedova avesse pagato quattro steward referenziati per tenerli d’occhio, nessuno era riuscito a capire come quei due fossero riusciti a estrarre le spine dal cactus in terrazza e a piazzarle nella poltrona chippendale. […] Luca e Grammazio Smargotti captarono il segnale nonostante la caciara e risposero senza indugio, ognuno secondo le personali inclinazioni. Luca si produsse in un moon walking da antologia, Grammazio in una street dance venata d’atmosfere retrofuturiste. […] Scattarono verso le pertiche, vi si arrampicarono alla velocità del suono, o poco meno, saltarono sulle funi passando dall’una all’altra come novelli Tarzan e, preso lo slancio, si lasciarono cadere con una capriola sul lampadario. […] I terribili gemelli avevano rispettato le consegne: arrampicata sulla pertica, salto sulla fune e raggiungimento di adeguata oscillazione, 10,7 secc.; preparazione apparato bellico, 109,2 secc.; operazioni di puntamento, tre secondi netti; arrotondamento/imprevisti 160 secc.; ritorno nei ranghi 20,4 secc. Non male considerando che l’anno prima, durante la gita all’abbazia di Chiaravalle, per montare la gru e sollevare la mucca c’erano voluti quasi undici minuti. […] Centottantasette secondi dopo la porta era spalancata e un applauso scrosciante, sincero e fugace, celebrò l’impresa dei gemelli”.

E dunque, non chiedere mai per chi suona il futurometro, il futurometro sbippetta per te.

Pillole – Il dottor Ringo

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Ringo era una vecchia carcassa che era costata allo Stato italiano una montagna di soldi. Per costruire una degna unità centrale di programmazione e propaganda, che gli analisti stimavano di vitale importanza, erano stati duplicati ad hoc centinaia di uffici pubblici e società partecipate che si commissionavano a vicenda il progetto facendo la cresta sui finanziamenti. Il gioco delle nozze di Cana era durato quanto la Guerra Fredda, ma alla caduta del Comunismo il Ministero degli Interni poté sfoggiare la sua ucpp, un Rielaboratore Ipostatico–Nomotetico Giga Ondulatorio fabbricato a Ivrea, che all’indomani della caduta dei Blocchi fu parcheggiato nel Ministero dell’Istruzione.

– Sto sfascimm’e Ringo non si accende, dotto’, – lo aveva infine battezzato un commesso. E il resto, come si suol dire, è storia: il povero commesso con quattordici mensilità e piano pensionistico da urlo non avrebbe mai potuto prevedere che sarebbe stato sostituito da uno stagista stempiato e senza stipendio, costretto a firmare una liberatoria con cui rinunciava alle prerogative garantite dagli articoli 3, 4 e 21 della Costituzione. Di essere sostituito da quello stagista, in particolare, che rispondeva al nome di Onofrio Ora e che prima di presentarsi davanti al monitor di Ringo con una salvietta mangiapolvere, mocassini bianchi e cravatta d’ordinanza, aveva passato anni a spedire curriculum alla media infernale di 20,2 al giorno.

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Pillole – il futurometro 2.0

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“Dannati ribelli, voi sottovalutate la potenza del futurometro”.

Il futurometro 2.0 di lì a poco sarebbe stato prodotto in milioni di esemplari. Era una smart home device dalle mille app dotata di nanocamera e d’un sofisticato sistema a feedback erogeno. Bastava infatti sfiorarne la superficie con il palmo della mano perché il nuovo futurometro rilasciasse una sottile carica d’eccitazione sessuale. Bianco e madreperlato, era un piccolo soprammobile luccicante a forma di conchiglia, in tutto e per tutto uguale a quello che si stava sperimentando nella scuola “Attilio Regolo”, fatte salve le dimensioni. Un souvenir del futuro destinato ad arredare con sobrietà le abitazioni minimali della nuova classe dominante. Semplice da usare e dotato di un unico ergonomico pulsante per lo stand-by, e in funzione ventiquattr’ore su ventiquattro previo abbonamento mensile, il futurometro 2.0 aveva fatto strillare a un giubilante direttore marketing: “Ragazzi, le rubriche degli oroscopi sono storia”.

Tratto da: Cosa vuoi fare da grande, Del Vecchio Editore.

Pillole – Vado o non vado

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[dal capitolo II]

Volkan Kursat Bayraktar sudava a fiumi e si diceva vado o non vado, vado o non vado. Fino a quando dovette dirsi: “E che cazzo. Vado!”. Preso un bel respiro, contò fino a dieci per la decima volta e allo scoccare dell’ultima cifra mollò lo spaghetto di liquirizia sul futurometro e spalancò i battenti con le suole. Era cianotico, con gli occhi spiritati, e aveva sul petto una voluminosa scatola bianca circondata da un groviglio di cavi, cavetti e circuiti. Il ragazzo aveva provato il futurometro su se stesso e si preparava a vivere una scena di cui aveva appena conosciuto il finale. Il suo marchingegno non solo era in grado di prevedere in quale disciplina l’esaminando si sarebbe potuto cimentare con maggior successo, ma era capace di riassumere la scena della scelta, dell’illuminazione, il momento in cui ogni cosa sarebbe stata chiara, il futuro spianato e per questo inevitabile. Questa scena, quindi, lui la conosceva già. Non nei dettagli, ma di sicuro nell’impianto generale. Per il resto sarebbe andato a braccio.

“Lo sapevo”, pensarono in un coro silenzioso gli studenti e il prof.

“Stronzi…”, pensava Volkan, “adesso ve la faccio vedere io”.

pillole dal primo capitolo

Cosa vuoi fare da grande: un salto nel buio per le patrie lettere.

In terza elementare il piccolo Guido Pennisi non se la passava troppo bene. Orfano di madre, era un bambino taciturno che portava i capelli rifilati con la tazza e si lavava di rado. Nessuno sapeva che mestiere facesse il padre, e lo stesso Guido aveva al riguardo un’idea alquanto nebulosa. Da grande voleva fare il pirata e nel frattempo collezionava brutti voti e punizioni.

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Il suo migliore amico si chiamava Gianni Serra, e divideva con Guido l’ultimo banco. Gianni aveva gli occhi nocciola e la pelle trasparente, e i suoi connotati sembravano fluttuare sotto i riccioli biondi, in special modo quando lo interrogavano e Gianni cominciava a balbettare e a sudare. Da grande voleva fare l’astronauta.

lavagna di gianni e guido

Insomma, Gianni Serra e Guido Pennisi erano due ragazzini incasinati, come mille e mille altri, e frequentavano con scarso profitto la Scuola elementare Attilio Regolo di Milano. Una scuola ordinaria che ingentiliva cullata dai suoi stessi calcinacci, avviata a un destino da rudere, e che per generazioni aveva cresciuto democraticamente i rampolli dell’alta borghesia e quelli dei cari sottoposti. La si sarebbe potuta confondere con mille e mille altre scuole e nessuno ma proprio nessuno avrebbe mai potuto immaginare che…

[continua in libreria]